“Ma vai solo?” ovvero sull’Islanda e altre amenità

"Ma ci vai da solo?"

La domanda più ricorrente. E la risposta è sempre la stessa.

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E non riesco a capire il perchè ogni volta lascia stupiti.

Ho viaggiato con gli amici, in maniera più o meno organizzata, mai con una vera destinazione. In coppia, provando a organizzare forse un po più del dovuto. Con mia sorella, ottima compagna di viaggio e di scoperte. Con mia madre, ciceroneggiando per La Citè per eccellenza.

E tante volte da solo. Portogallo, Francia, Danimarca, diverse città in Italia. La prossima meta è l'Islanda, inseguita per tre anni.

Viaggiare, perdersi, entrare intimamente nei luoghi che rappresentano la quotidianità di altre persone. Questa è la generica meta di ogni viaggio.

Non mi interessano le cartoline, le foto a casaccio dove la cappella del Brunelleschi fa da sfondo, storto nella stragrande maggioranza dei casi, a una coppia che si abbraccia, la Monna Lisa sfocata, piccola e sgranata perchè una ressa di turisti nipponici si autoritrae compulsivamente, fare la recensione del ristorante consigliato dall'albergo prenotato dal nostro Tour Operator.

Ai turisti le baggianate.

Essere riconosciuti a Shannon da un irlandese non troppo sobrio incontrato la sera prima al concerto dei Pogues.A Dublino. Festeggiare il compleanno all'improvviso in un bar di Parigi, mangiare un ottimo minestrone vegano in un circolo anarchico di Lund. Scoprire un paese come Blatna in Repubblica Ceca che non sarà mai troppo visitati perchè tutti andranno a riempire le gli alberghi di Praga. Bersi un Porto tutte le sere con i piedi in ammollo nel Douro beccandosi dei temporali della madonna ma scattando foto che nessun resort riuscirebbe mai a garantire.

E la dimensione del viaggio in solitaria facilità queste opportunità.

Sia ben chiaro, a volte non è semplice. Sopraggiunge una sorta di stanchezza e le chiacchiere, a meno di beccare qualche simpatico vecchietto del posto, a volte mancano. Ma la libertà di fare, mi si scusi il francese, il cazzo che mi pare in ogni momento della giornata e portare i miei passi dove voglio ha una sapore che è difficile da eguagliare.

E dio solo sa se fuggire per qualche giorno da soli serve per staccare la testa da qualsiasi cosa. Da un lavoro sempre più insoddisfacente, in agguato al mio rientro.Dai pensieri della lontananza degli affetti giù in Sardegna, da sorrisi sull'eventualità di vedere certe mostre,stavolta non da solo.

Si stacca, si buttano i pensieri sul solito taccuino da viaggio, e macchina fotografica al collo si cammina a bocca aperta per viuzze o boschi sconosciuti.

Tocca all'Islanda stavolta.

Reykjavik, Stykkisholmur, Akureyri, Keflavik, Vik e altri paese dal nome assolutamente impronunciabile. Un po' organizzato e un po' alla "flaneur1". E chissà che Walter Mitty non porti fortuna.

Come al solito, "Il viaggiatore" dei Mercanti di Liquore ci sta benissimo

Il viaggio non è l'emozione di attimi pericolosi 

il viaggio è la gioia del tempo 

pericolo è stare rinchiusi 

Il viaggio non è l'emozione di attimi pericolosi
il viaggio è la gioia del tempo
pericolo è stare rinchiusi

Direzione casuale, non prevede sosta
chi viaggia detesta l'estate
l'estate appartiene al turista

Il viaggiatore viaggia solo
e non lo fa per tornare contento
lui viaggia perchè di mestiere ha scelto il mestiere di vento.

Mischiare presente e ricordi, le strade possibili fatte
fu forse salsedine o neve
fu forse ponente o levante

L'amore lasciato sospeso, qualcuno ne approfitterò
ma questo riguarda il ritorno
remota possibilità

Il viaggiatore viaggia solo
e non lo fa per tornare contento
lui viaggia perchè di mestiere ha scelto il mestiere di vento.

Se impari la strada a memoria di certo non trovi granchè
se invece smarrisci la rotta
il mondo è lì tutto per te

Paese significa storia e storia significa lingua
impara la tua direzione
da gente che non ti somiglia

Il viaggiatore viaggia solo
e non lo fa per tornare contento
lui viaggia perchè di mestiere ha scelto il mestiere di vento.

1"Flaneur": colui che cerca di esplorare e capire l’anima e l’architettura di una città, semplicemente andando a zonzo per le sue vie senza un percorso e una meta precise. Baudelaire nè dà una definizione sicuramente migliore. "Ainsi il va, il court, il cherche. Que cherche-t-il ? A coup sûr, cet homme, tel que je l'ai dépeint, ce solitaire doué d'une imagination active, toujours voyageant à travers le grand désert d'hommes, a un but plus élevé que celui d'un pur flâneur, un but plus général, autre que le plaisir fugitif de la circonstance. Il cherche ce quelque chose qu'on nous permettra d'appeler la modernité ; car il ne se présente pas de meilleur mot pour exprimer l'idée en question. Il s'agit, pour lui, de dégager de la mode ce qu'elle peut contenir de poétique dans l'historique, de tirer l'éternel du transitoire."

Modigliani se la spassava!

Se c'è una cosa in cui gli Italiani sono bravi è rovinarsi con le proprie mani. A fronte di un patrimonio culturale enorme e potendo annoverare numerosi geni in diversi ambiti l'Italiano, e in questo caso il mondo della cultura, trattano i propri tesori con estrema approssimazione, poca cura e tanta supponenza.

Ieri sono riuscito ad andare a Milano a vedere la Collezione Netter. L'occasione era unica ed era tanto che rimandavo, ma aspettavo il momento per andarci con la giusta compagnia/compagna di viaggi.

La Collezione, seppur meno conosciuta di altre al pubblico, non è affatto da sottovalutare. Una serie discretamente numerosa di opere degli artisti parigini di inizio '900. Modigliani, Soutine, Derain, Kisling, Utrillo, Valadon e tanti altri.

Il nome della collezione prende il nome da Jonas Netter, collezionista amico del mercante Zborowsky, "manager" di tanti pittori che affrontavano alla fine della Belle Epoque sulle due belle colline di Parigi: Montmartre e Montparnasse.

Chi mi conosce sa che fra le mie fissazioni c'è quella per la Parigi e per i suoi abitanti di quel periodo, per cui la mostra era un qualcosa di tanto atteso.

Le opere non mi hanno deluso. Mi sono immerso in ogni tela, cartone e cornice, disperandomi sempre di non poterne prendere una e osservarla da vicino, seduto magari su una delle poltroncine della mostra. Sono andato soprattutto per il ritratto di Jeanne Hébuterne, amore eterno di Modì, e per immergermi nell'angoscia di Soutine.

Ma la Mostra…

Sinceramente non conosco il curatore, Marc Rastellini. Sicuramente un esperto nel suo campo, e in confronto a me, povero pagano dell'arte, una cima inarrivabile.

Devo ancora capire alcune cose però.

La prima è come mai la presenza all'interno di una mostra di Inizio Novecento di enormi e chiassosi condizionatori. Non si trattava di un lieve sibilo, ma di un rumore più simile al trapano. Mai vista una cosa del genere in una mostra…se c'è una cosa bella è godersi le opere con una certa tranquillità.

Le luci. Sarò un pagano, ma una delle prima cose nelle mostre è piazzare bene le luci e fare in modo che sui quadri, quelli ad olio specialmente, non vi siano riflessi. Sta cippa, sui quadri di Vlaminck e di Soutine era quasi difficile appoggiarci gli occhi e andavano guardati di traverso per assaporarne la conturbante violenza dei colori. Anche un bambino sa che un quadro deve essere appeso lievemente in pendenza verso il basso e che le luce devono essere basse, vicine al quadro o quanto meno poste in maniera tale da non illuminare frontalmente la tela. Erroraccio banale.

Non ho ben capito il percorso logico della mostra che avrebbe avuto avere come soggetto principale Modigliani e accompagnare il visitatore nella scoperta degli altri artisti. Tutto veniva sbattuto in faccia con poco senso, e soprattutto per alcuni artisti, e Modigliani è stato uno di questi le opere venivano un po' "delocalizzate" di sala in sala, senza un legame preciso. Io e la mia compagna di visite siamo abbastanza esperti di quel periodo, lei specialmente, ma ci siamo posti la seguente domanda: "Se viene uno, che della Parigi di quegli anni sa poco, che dei pittori di Parigi sa poco…cosa capisce?"

Infine, punto forse collegato al precedente. Artisti maledetti. Questa era la cosa che mi convinceva meno. In cosa "maledetti"?

Ogni pannello della mostra sembrava sottolineare questa maledizione comune, senza ben spiegare a cosa si facesse riferimento. Tralasciando qualche data scazzata e le biografie spesso un po' improvvisate (Valadon, Utrillo e Soutine fra tutti) quale sarebbe questa maledizione secondo il curatore.

Signor Rastellini, i pittori delle due Buttes se la spassavano alla grande, eccome se se la spassavano! Feste inenarrabili al Bateau Lavoir, locali distrutti dalle loro intemperie, sfide, duelli e scazzottamenti, bottiglie e balli, corna e figliastri, 3 o 4 pittori alla volta come amani, l'arte in ogni strada, in ogni tavolino di bar, in ogni stamperia di libelli anarchici o nostalgici della Comune, notti folli. Quale era esattamente questa maledizione secondo lei? Queste persone Vivevano, Vivevano appieno i loro giorni, il loro tempo. Erano pieni di passione per la loro arte, per la politica, per l'amore. Erano pieni di Libertà e di spirito Libertario. Erano poveri in canna, certo. Ma a parte Modigliani più o meno tutti hanno fatto una fortuna. Se la sono passata male per un periodo, ma è passata e se la sono goduta. E anche quando erano con le pezze al culo, sporchi, senza il becco di un franco, con le cimici in un orecchio, costretti a bere trementina invece che Cote du Rhone erano scanzonati, allegri e solidali fra di loro. Trasudavano Vita e tutte le emozioni e le angosce che essa si porta. 

Questa non è una maledizione, è una benedizione.

La maledizione è vedere come le persone siano ridotte oggi, a rincorrere le marche, a far le foto a questa o a quella vetrina, a mettersi in posa, a darsi un tono con un mondo che minimamente conoscono. Il vuoto di questi anni è una vera e propria maledizione.

Dal Pere Lachaise a Belleville

Nebbia, freddo novembrino e Parigi nella sua quotidianità. Caffè e croissant assieme alle persone che dovranno andare in ufficio,negli asili,al mercato o in fabbrica. Mi sento un estraneo e mi avvicino lento, godendomi ogni singolo passo di questo viaggio in solitaria verso il Pere Lachaise.

Hanno le mappe, le guardo. Ma no, in fondo c'è il pannello che indica le lapidi celebri e io ho una memoria fotografica. Quindi non la prendo( e dire che è anche la seconda volta che ci vengo e dovrei sapere quanto è grande) e studio la cartina all'ingresso. Giro il primo vialetto e sono già perso fra mille nomi di persone celebri o meno celebri. Della cartina all'ingresso solo un vago ricordo e uno schizzo sul Moleskine. Mi perdo tra il grigio delle lapidi, il verde del muschio, il giallo degli alberi e il nero dei corvi. I contrasti di colori saranno il bordone di tutto il viaggio. Giro, il contrasto di colori mi accompagna fra la gente che fu e trovo nomi grandi e celebri. Ma gli obiettivi sono altri. Jim è sicuramente troppo visitato, i morti della Commune meno. Lascio un biglietto, un saluto,cercando di ricordarli degnamente. Sul quel muro, ora restaurato e "pulito" dal sangue l'ultimo baluardo resistente della Commune è stato massacrato a colpi di pallettoni. A voi, "morts de la Commune". E a Jean Baptiste Clement, autore de "Les temps des Cerises". All'improvviso due signori grassotti e dall'aria simpatica,che mi stavano seguendo fra i sentieri dei morti per la libertà, mi chiedono di scattare loro una foto davanti alla lapide di Caballero. Sono due signori spagnoli e marxisti che attirati anche loro dalla moltitudine di nomi celebri qui al Pere si aggirano fra Comunardi e volontari del POUM. Andiamo insieme per qualche metro, sino alla Signora Piaf, elegante anche da defunta. Ma è un italiano suo vicino che desidero salutare. Vedere lì, eternamente insieme, Modì e Jeanne è fin troppo. Piango davanti alla loro tomba, cercando di immaginare persino i loro reti abbracciati.Si avvicina una coppietta italiana che non presta troppo attenzione né a me né a i resti del pittore. Per fortuna…anche a lui lascio un piccolo saluto. E' il mio modo di sentirmi un po' parte di un tempo che non ho vissuto ahimè.

Il resto è una cieca e continua ricerca di nomi e lapidi famose, sono già soddisfatto dei saluti che ho portato. Ne esco dopo qualche ora, già con i piedi urlanti ma che fare nel pomeriggio? Pennac avrà detto il vero su Belleville? E' qua dietro,non resta che verificarlo.A piedi..sono solo due fermate di Metrò, e ogni corsa in Metrò sono passi persi per le vie di Parigi. Allora su per Rue Menilmontant, l'altra via resistente e barricadera della Commune, con i brividi e l'eco antica di pallottole sibilanti, ricordando le lapidi appena viste.

Resiste Menilmontant e si vede. Il fallimento del Capitalismo inizia a creare malumori anche da queste parti. Mi ritrovo circondato di manifesti e di scritte rosse come il sangue che Louise Michel non voleva fosse rappresentato sulla bandiera comunarda. Arrivo all'incrocio fra Boulevard Belleville e Rue Belleville. Il Boulevard non mi attira minimamente, la Rue sì. In salita, stretta e affollata. All'improvviso i Francesi spariscono,come Pennac aveva detto. Arabia, Asia, Africa, Cina, Maghreb. Odori,suoni, bancarelle,lingue. E' ispiratrice Rue Belleville e dritta al cuore della collina. Decine di banchetti di non ben identificate pietanze affollano il marciapiede e attirano il mio interesse. Non siamo a Montmartre dove non puoi fare un passo senza ritrovarti con un negozio di pacchianerie fra le balle. Questa via è viva, questo quartiere respira e brulica. Lo fa con le più disparate rosticcerie, con gallerie d'arte contemporanea, murales,installazioni urbane. Un lato di Parigi che non conoscevo e che mi riempie la mente e il corpo. La città vera. Non so come sia nelle banlieue. Mi viene ad un certo punto il pensiero che questo quartiere sia una metamorfosi in essere. Metà banlieue e metà quartiere in ascesa, che si fa spazio fra gli arrondissements più turistici e imborghesiti. Non perdere la tua verginità Belleville. Scaccio questi pensieri ed arrivo fin sopra la collina. Paesaggio incredibile, lo skyline di Parigi da un punto nuovo, peccato solo per la foschia serale. Anzi, forse per fortuna la Parigi fumosa si nasconde..ho l'impressione di stare esattamente nel punto in cui ho sempre sentito di voler essere. Giusto in cima una sorta di Jazz Club dai muri color Côtes du Rhône mi coglie di sorpresa e visto che la temperatura è gelida e io sono ancora a digiuno ne approfitto. Decisamente un piccolo posto che vale la pena di vedere e dove poter bere un buon vino. Peccato che ho beccato esattamente la pausa-cucina, per cui ancora a digiuno. Dentro stanno facendo un servizio fotografico,qualcuno pare studiare, una signora e un ragazzo di colore chiacchierano. Per tutti loro questa è la normalità, per me un desiderio a cui servirà tanto coraggio. 

Il vino scende e scalda, cuore e pensieri. Ovviamente mi sarà innamorato già una quindicina di volte in giro per queste strade. Ci sono attimi,solo attimi, in cui darei il cuore alla prima ragazza che passa, cosi "stereotipamente" parigina.

Dopo Belleville ogni altro posto, ogni altro quartiere sembra fin troppo costruito ad arte e per il turista. E' il lato che fino ad ora mi rappresenta meglio la città per quello che è, ovvero una città. Sarei quasi curioso di vedere il lato Ovest di Parigi, quello veramente borghese. Giusto per capire se l'aria che si respira sia comunque differente da quella dei quartieri più noti.

Lascio Belleville, straniero in questo quartiere e per una volta non turista di Parigi. Una sottile punta di invidia per i suoi abitanti mi invade. 

Dove andare? Punto alla Metrò e prendo la prima linea in direzione Ile. E' notte ormai, il freddo è rimasto lo stesso. Equivale a dire che se va come sta andando, di masse fotografanti nipponiche ne vedrò ben poche..

Così è. Notredame si prepara al suo 850 compleanno ed è "impalcata". I "Quais" sono ricoperti di una fila interminata di macchine. I Parigini che lasciano l'ufficio e tornano verso casa. 

L'idea: nel Codice da Vinci la Pyramide du Louvre è meravigliosa,illuminata e solitaria. Da appurare se in una notte come questa c'è la possibilità di ritrovare la stessa atmosfera. Meta designata. Con me altri fotografi, forse allievi di una studio. Sicuramente molto più professionali di me. Ma il bello è che siamo soli. Nel punto più centrale della città. Soli. Non riesco ancora a capacitarmene. L'enorme e secolare piazzale del Louvre riempito solo dalla Piramide illuminata. Le fontane sono uno specchio perfetto. Forse è davvero il mio viaggio più bello. Io, la macchina e Parigi che si denuda.

Finisco passando al D'Orsay, valutando se fare un salto all'indomani o se andare oltre. Le metro sono affollate e si svuotano lente ma inesorabili. Oberkampf mi aspetta e stavolta trovo subito Rue Jacquard. Una zuppa di Ramen e una birra giapponese concludono la giornata. Continua  ad innamorarmi ad ogni sguardo e sento che in tutto ciò c'è qualcosa di strano. Ma per quanto bello girare da soli questa rimane una città che mi piace osservare in due.

Un Ratto in Francia – Parte prima: studiare da flaneur

Il tempo di raccogliere le idee e realizzare le tappe del miglior viaggio mai fatto. Di getto ho scritto sul Moleskine, qui provo  vedere se riesco a riordinare le immagini che ancora ho davanti.

14 Novembre: il De Gaulle mi accoglie silenzioso e deserto. Dovevo arrivare con ancora un po' di luce ma complice il solito ritardo aeroportuale mi ritrovo nelle hall illuminate solo da grossi pacchi natalizi. Solo da questo capisco che la scenografia del viaggio sarà decisamente diversa dal solito. In un attimo sono sulla Rer B, ma in un attimo mi perdo anche in un quartiere che non conosco. Dovrei trovare Rue Jacquard, minuscola traversa di Rue Oberkampf, al confine tra il Marais e Popincourt. Nulla. Parte quindi il viaggio da flaneur, se non trovo la via, giro…prima o poi arriverà, questo è il bello. Trovo subito il canale Saint Martin, lo segno mentalmente perchè da giorni lo immagino come prima tappa. Mi fa da punto di riferimento, avevo visto come ci si arrivava dall'hotel e percorrendo il percorso a ritrovo, dopo qualche traversa di troppo, arriva al Luna Parc(si è scritto così) Hotel. Come desideravo, portiere meraviglioso e alberghetto scalcinatissimo. Micro-stanza con lavandino, bagno in condivisione, scala a chiocciola scricchiolante.I pensieri italici mi abbandonano del tutto e mi tuffo direttamente nella notte parigina.

Il canale è la prima tappa. Che c'è di interessante. Se uno non è amante di architettura e urbanistica navigabile nulla. A meno che i pochi fulminati come me non si ricordino che è da una di queste passerelle che viene gettato Capodoglio. "Le fabuleux destin d'Amelie Poulain" è solo un film alla fine, con dei bei colori e una bella colonna sonora. ma è anche uno dei motivi principali per cui sono a Parigi, come sempre, e il canale ancora mancava, per cui la tappa era obbligatoria. C'è una cosa che mi colpisce subito. Sono appena le 8 di sera, e siamo a Parigi, che se non sbaglio è la città più visitata al mondo.Ci sono io in giro. Io, che vagabondo per le strade. E i Parigini ovviamente. Mancano le truppe di giapponesi, i turisti in bermuda e sandali, la solita comitiva di Italiani sguaiata. Non ci sono turisti! Le panchine sono vuote e io sto ritrovando la Parigi di Doisneau e Bresson. Giro per ogni angolo, costeggio il canale in lungo e in largo, sorridendo e vagamente compiaciuto della mia solitudine. E solo l'inizio ma la gelida Lutetia è come se desiderasse di essere percorsa in ogni via, una specie di amante. Salutata la luce dei lampioni riflessa nel canale punto dritto versa Place de la Bastille. Una grande rotonda con una colonna in mezzo. Si bello, ma è l'aria di quel 14 luglio che vorrei respirare, per cui, sebbene simbolo di un cambiamento epocale, la abbandono. 

Ogni volta che sono stato a Parigi ho saltato Place des Vosges. Ho fatto solo una volta l'errore di dare un'occhiata a Place Vendome, esclusivamente per buttare l'occhio sulla Colonna odiata dalla Commune. Ne sono fuggito. E di Place des Vosges ho sempre avuto la paura di avere la reazione simile. Ma non c'è nessuno in giro, c'è freddo ed è un mercoledì sera. E infatti eccola. Perfetta, quadrata, regolare, deserta. Solo gli "ultimi" stretti fra cartoni e sacchi a pelo con solo il brodo dei Chevaliers de Malte a riscaldare. La "Ville des Lumières" è buia stasera, Vosges completamente in penombra. In un angolo la casa di Hugo e in effetti mancherebbe solamente l'odore delle stufe a legna e carbone in questo quadro parigino. In questo momento desidererei avere una Leica 50mm, ma abbandono subito l'idea visto il numero di foto già scattate. Non desidero altro che continuare a girare angoli di strade sconosciute per tutta la notte, ma la stanchezza si inizia a far sentire. Risalgo piano verso Place de la Republique incappando prima nel Musèe Carnavalet e nel Musèe Picasso. Ovviamente chiusi e d'altra parte non sono i musei che cerco in questo viaggio. Un collettivo studentesco parigino mi rammenta che per quanto siamo nella patria delle rivoluzioni e dell'egalitè l'austerity inizia a farsi sentire anche qua prepotente.Città d'arte, lotte sull'arte ovviamente.

Mentre porto i passi verso il mio scalcinatissimo giaciglio un kebabbaro mi ricorda di quanto poco esercito il mio francese e mi impongo di non pronunciare una parola di inglese in questi giorni, né tanto meno in italiano. L'enorme cantiere di Place de la Republique mi spinge ulteriormente a riposare e decido quindi di chiudere gli occhi, già soddisfatto di queste prime ore. Potrei rimanere qui i prossimi giorni così come girare per tutta la Francia, non mi interesserebbe. E' l'idea stessa del viaggio che mi riempie testa e cuore e che mi intriga. L'idea di curiosare fra marciapiedi non conosciuti e provare a guardare negli occhi le persone che incontro per le strade e che questa città la abitano. Cercare di capire le differenze e le uguaglianze fra i nostri pensieri, desiderando di appartenere a quelli che non dovranno riprendere un aereo fra pochi giorni.

Giugno o Settembre?

 

Un ponte con la pioggia con niente(balla!) da fare è micidiale..Presente la sensazione delle prime pioggie fredde di settembre, dove ancora hai i pantaloncini corti ma ogni tanto hai freddo!?!?e non riesci a metterti qualcosa di più pesante perchè se te lo metti senti tremendamente caldo!?ecco..a me queste giornate mi ammazzano di pensieri..stagioni che si chiudono o che si aprono, eventuali riepiloghi o riassunti dei mesi passati e di conseguenza ricordi e nostalgie..

Questo ponte sta passando cosi, tra 5(quasi 6) film visti, qualche ora di studio, qualche ora di ripristino files, qualche ora di acquerelli e in tutte le ore pensieri sull’ultimo anno..o per lo meno dalle ultime giornate in cui modena godeva un pò di quel sole che iniziava a scomparire nel fresco settembre..

Le cose stanno cosi: non mi levo dalla testa i viaggi fatti eci ripenso con nostalgia. So che dovrei essere al 7° cielo, e lo sono e conto le ore(anzi..ho dovuto pure fare un’aggiuntina non considerata), è che mi ero abituato a prendere un treno, un pullman o un aereo per un incontro in qualche stazione diversa..genova, lione, modena, parigi..

Sto ripensando molto ovviamente ai viaggi in Francia..rimane un qualcosa che mi è entrato pesantemente nelle vene..e niente mi leva dalla testa quel cafè a Lione e pensare di poterci vedere un futuro, chi lo sà..e niente mi leva dalla testa le passeggiate fatte su per quella collina, o a Montmartre, la spesa ai mercati o alle botteghe, i lungofiume, gli spuntini recuperati quà e là, la vetrata su Père Lachaise, anche i giorni di incomprensione..

Non so a questo punto se si tratta solo di nostalgia dei viaggi fatti o degli attimi vissuti o di altro. Attimi forse meno spontanei e manchevoli di certi lati di "abitudine"..causa di forza maggiore. E quasi mi sembra di "iniziare" nuovamente..come se questi mesi fossero stati un sogno dal quale fatico ancora a svegliarmi. Se si trattasse invece d’altro non lo saprei ancora dire, nè tantomeno identificare…qua mi stanno annoiando tante cose, e soprattutto in queste cose non vedo sbocchi. E poi sto cacchio di vizio di essere un bambino incontentabile che si annoia subito e vuoel subito cambiare. Non saprei..devo un pò riordinarMi. Solo che avere un libretto d’istruzioni a volte non sarebbe mica male..

Ma poi…dicendola tutta…ma non è mica un peccato pensarci